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Il primo, primissimo grazie, va ad Annalisa.

Con la sua usuale, elegante e delicata gentilezza mi ha invitato all’inaugurazione di questa bipersonale curata da lei e ospitata presso Oldoni Grafica Editoriale, dove il simpaticissimo Mauro (e famiglia) ha accolto tutti con sorridente ospitalita’.

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Un ringraziamento speciale con tanto di encomio alla stoica pazienza dimostrata dalle due artiste, Irene e Chiara, che hanno sopportato le mie solite e profuse domande, tecniche e non, sulle loro creazioni.

Gli occhi di tutti hanno visto un ragazzo in modalita’ “pallina da flipper” che rimbalzava da un’opera all’altra con una splendida (lasciatemelo dire!) 5D Mark II al collo, ma i miei occhi, sguinzagliati alla ricerca di dettagli, sono passati attraverso tutte le opere e arrivati lungo questo percorso immaginifico, a fine serata, ad un’inaspettata consapevolezza, ad un punto di incontro tra le opere, le storie che Irene e Chiara ci hanno voluto raccontare e un’altra storia, la mia.

Quali sono le storie che vale la pena raccontare?“, recitava l’evocativa domanda e perfetto incipit sul muro d’ingresso che la meticolosa Annalisa ha montato ritagliando frasi, fatte stampare per l’occasione, su adesivo trasparente.

Le due stampe prorompenti di Chiara aprivano la carrellata di opere, due immagini nella stessa posizione ma con leggere e significative variazioni. L’una piu’ contrastata, leggermente piu’ scura, l’altra piu’ chiara, morbida, evanescente.

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Ho apprezzato molto le imperfezioni, e il modo in cui le artiste se ne curavano. Mi spiegava Chiara dei piccoli buchi sull’abito sgualcito indossato nelle sue foto e datogli da una donna sarda, o Irene della colla che mette sulle tele, e che in “Maya” si rende visibile in una piccola macchia gialla. In questa mostra Annalisa e’ stata la curatrice ma anche “artista dello spazio”, dove per fortuna lo stucco non ha raggiungo tutti i buchetti nel muro, facendoci apprezzare un’artigiana targhetta su “Maya” (non me ne voglia la curatrice, ho apprezzato per davvero!).

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Il percorso continua passando attraverso i colori ma anche gli spazi vuoti delle opere di Irene, dove la forma senza colore, e la trama della tela stessa, diventano forma e oggetto, come l’albero in uno dei “Senza Titolo” che l’artista, mi spiegava, non ha avuto il coraggio di intitolare, e questo conflitto tra la voglia di condividere l’opera e la paura di svelarne anche solo il nome mi ha fatto sorridere, e addentrare ancora di piu’ nel percorso.

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La serie “Dove Vivo” di Chiara mette in contrasto la realta’ urbana al suo vestito cosi’ fuori luogo in quel contesto, dove le tag di qualche writer notturno sembrano voler gridare la necessita’ di comunicare, dove un muro perfettamente bianco nella metropoli non esiste, come un vecchio abito non esiste senza qualche piccolo buco.

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La serata pero’ non e’ solo contemplazione delle opere.

Il piacevole incontro con Gaia, che non vedevo da tempo, mi ha portato il racconto della SUA storia, e a lei il racconto della MIA. Senza accorgermene, ad una persona che sa cosi’ poco di me, ho svelato molto di me. Di questo mio periodo cosi’ pieno di idee, spunti, progetti, ispirazione. Cosi’ pieno che le mie mani sono chiuse su di me, il mio abbraccio stretto nelle mie stesse spalle, dove non c’e’ spazio neppure per Lei.

E’ questa, la mia storia, che comincia a fondersi con le opere che ci chiamano dalle pareti, e improvvisamente vedo il collegamento prima tra Chiara ed Irene, poi me: le mani.

Le mani scure, poi quelle piu’ luminose, di Chiara.

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Le mani scure, poi quelle piu’ chiare, di Irene.

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Le mie mani, non scure o chiare, ma chiuse.

E mentre un buon numero di visitatori osservano le opere, esponendo anch’essi piccole opere d’arte come copricapi, osservavo da vicino i dettagli. Mi hanno fatto impazzire le migliaia di minuscole forme che si ripetono nelle tele di Irene, ed un po’ me la immaginavo in terra sarda, nei lunghi e torridi pomeriggi, a ripetere microscopiche e colorate forme sulla sua nuova tela.

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Ma questa mostra non era fatta solo di opere statiche.

Sugli otto monitor presenti in sala si muoveva il video girato da Chiara, un’idea geniale e molto simbolica, di un uomo e una donna appoggiati l’uno all’altra con la testa, che in tre velocita’ diverse cercano un equilibrio ora sensuale, ora di dolcezza, ora aggressivo.

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Ho ascoltato volentieri tutti i dettagli che le artiste mi hanno concesso sulle loro opere, e ho convinto prima Chiara, poi con molta difficolta’ Irene, alla foto ricorsiva. Erano li, non potevo non cogliere il momento, ed eccole immortalate di fronte a due loro opere, immagine e persona reale nella stessa posizione.

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Altri due scatti a “Maya” e alle macchie di verde quasi liquido che formano l’ombra di alberi, dove solo in quest’ombra e’ possibile vedere i piccoli fiori bianchi e verdi. Ancora una volta scuro, ancora una volta chiaro. Lo spazio vuoto e lo spazio pieno, come se fossero necessari entrambi per vedere il tutto.

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Per finire, dopo aver scavalcato il tavolo mi sono appropriato dell’ultimo scatto, della serie “Dove Vivo” di Chiara, che mi ha confidato essere ino di quelli a cui e’ piu’ legata.

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A fine serata ho chiesto ad Annalisa quanto la parola avrebbe potuto aiutare il visitatore ad apprezzare ancora di piu’ il significato e l’emozione che l’opera voleva trasmettere e lei, con educatissima grazia, mi ha fatto notare che per questo esiste il comunicato stampa…(che figura!).

Ad ogni modo eccomi, con le mie parole, per aggiungere una parte di storia, normale o incredibile che sia, ma che vale la pena raccontare solo se potra’ in qualche modo germogliare come minuscoli fiori bianchi e verdi nella mente di qualcun’altro, o nelle braccia di qualcun’altro, scioglierne l’abbraccio.